Comune di San Biagio Saracinisco (FR)

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Il paese di San Biagio Saracinisco è uno scorcio della provincia di Frosinone, posto sul versante laziale del massiccio delle Mainarde, autentico documento naturale che introduce al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Il territorio comunale è perciò in gran parte un comprensorio montuoso, dominato a Nord dalla vetta del Monte Forcellone, che raggiunge quota 2030 metri, sovrastando le coste montane circostanti che, da un lato si incuneano già nella regione abruzzese, dall’atro, lungo il confine meridionale del Parco, digradano fino ad un’altitudine di 1500 metri. A Sud del limite giurisdizionale, ancora nel territorio sanbiagese, si ergono poi i Monti La Monna e Selvapiana, rispettivamente alti 1501 e 1571 metri, separati dal profondo e verde calanco delle Foci, a valle del quale si imposta la trasversale gola del torrente Mollarino. Il paesaggio fortemente marcato da solchi erosi e pietraie, rocce e radure, si spezza così all’altezza del corso d’acqua che, imbrigliato oggi nel’acquedotto comunale, defluiva un tempo con regime assai incostante in direzione del fiume Melfa, importante linea d’acqua delle valli di Canneto e di Comino.
L’abitato di San Biagio Saracinisco sovrasta proprio la stretta forra, allungandosi su un costone a 866 metri s.l.m., al centro e a sbarramento di una vallata che da sempre segna il passo tra l’area di Atina, il bacino del fiume Rapido e Isernia, ripercorsa attualmente dalla strada regionale 627 della Vandra.
Il paesaggio che si presenta all’occhio di un osservatore è l’insieme di diverse componenti che si equilibrano tra loro, in misura gradevole ma non altrettanto così facilmente distinguibili. Sono sistemi interagenti, che vanno dalla geologia all’ecologia. L’area di Monte Santa Croce si trova su un rilievo a circa 1170 metri s.l.m. Da uno studio sulla vegetazione è emerso che sul sito insiste un ecosistema boschivo costituito da Fagus sylvatica (Faggio), un ecosistema boschivo di Pinus nigra (Pino nero) e una radura dove sono presenti terrazzamenti di origine antropica con sole piante erbacee (graminacee di varie specie).
Nello specifico il versante esposto a Nord, dove le pendenze sono notevoli, è caratterizzato dalla presenza dell’ecosistema boschivo a Fagus sylvatica; questo è un bosco governato a ceduo di circa 30/40 anni. Per quanto riguarda il versante esposto a Sud, il luogo è caratterizzato dalla presenza dell’ecosistema boschivo di Pinus nigra.
L’area di Ominimorti è posta su un rilievo a circa 1045 metri s.l.m. ed è poco distante dal sito di Monte Santa Croce, circa 600 metri in linea d’aria. La vegetazione presente è costituita da un ecosistema boschivo governato a ceduo di Fagus sylvatica anch’esso di circa 30/40 anni con sporadiche presenze di Acer pseudoplatanus (Acero di monte), di Frassinus excelsior (Frassino maggiore) lungo il versante esposto a nord-est, da un ecosistema boschivo a Pinus nigra lungo il versante con esposizione da sud a ovest, mentre lungo il versante con esposizione ad est si ha una notevole presenza di un ecosistema boschivo ceduo di Ostrya carpinifolia (Carpino nero) misto a Quercus pubescens (Roverella).
Gli ecosistemi boschivi di faggio presenti su entrambi i siti sono autoctoni, grazie alle condizioni pedoclimatiche che permettono la presenza di questi tipi di boschi; anche il bosco di carpino nero misto a roverella è autoctono pur trovandosi ad una quota leggermente inferiore rispetto al faggio e su un versante con esposizione differente. Diverso, invece, è il corso degli ecosistemi boschivi di Pinus nigra. I boschi, risalenti agli anni 50/60, sono di origine antropica cioè frutto di rimboschimenti, per i quali sono state utilizzate specie arboree importate da altri luoghi.

La storia
                                                               “Ignorare la storia patria è come non essere mai nati”

                                                                                                                                                                (Cicerone)


Il luogo ove sorge il comune di San Biagio (31 Kmq) era già abitato in epoca assai remota. L’appellativo saracinisco si ricollega con la tradizione secondo cui vi sarebbe stato accolto un nucleo di Saraceni.
La più antica presenza umana risale al paleolitico, circa 70mila anni fa: i primi abitanti erano cacciatori di prede spintisi fino al versante dell’Appennino che oggi rientra nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.
Le prime abitazioni (grotte naturali sparse sui monti) vennero abbandonate a favore di piccoli insediamenti fortificati sull’altopiano chiamato Gallo e di piccoli santuari con annesso cimitero sulla cresta dell’Uomo Morto, così chiamato per la presenza del Sepolcreto.
La bucolica tranquillità fu spesso interrotta da guerre combattute proprio sul nostro territorio (le Sannitiche) e dalle rivolte degli schiavi contro il potere di Roma: ciò perché la via pedemontana Sora-Venafro-Capua era più sicura e meno controllata di quella di pianura.
Dopo la caduta dell’Impero Romano si susseguirono le varie occupazioni dei Barbari (410), dei Goti di Alarico (455), dei Vandali (476), degli Eruli, dei Longobardi e dei Saraceni (I secolo A.D.).
Erano questi popoli nord-africani che si insediarono in posti strategici per effettuare razzie.
Nel Cronicon di Leone Marsicano, ai primi anni del nuovo secolo, troviamo citato per la prima volta Sarraciniscum quale castello di difesa. Nel 1055 la zona con il relativo castro fu donata dai Principi Pandolfo e Landolfo di Capua al monastero di Montecassino, con assoluta esenzione di tasse o altra soggezione feudale. I monaci, per evitare di tenere le terre incolte, affidarono a sette famiglie di Picinisco, Agnone ed Atina, il compito di renderle fertili e di rivitalizzarle. Il territorio fu abbandonato nel 1656 a causa di una pestilenza che imperversò su tutta la zona, finché nel 1678 poche famiglie dei comuni limitrofi decisero di trasferirsi a San Biagio. Iniziò così il lento processo di urbanizzazione del paese. Attorno ad una chiesetta dedicata a San Biagio sorsero le prime casupole in pietrame e paglia: nacque così il primo nucleo insediatosi nel territorio oggi compreso tra Muro Gianicolo, Piazza Olmo e Via Chiesa.
Durante l’occupazione francese, abolita la feudalità, San Biagio contava 500 anime: poche per essere riconosciuto comune indipendente e pertanto rimase frazione di Vallerotonda. Ma nel 1853, contando più di 1.000 anime venne prodotta la necessaria documentazione per diventare comune autonomo. E infatti nel 1858, con reale decreto di Ferdinando II, Re di Napoli, venne finalmente costituito Fattuale comune di San Biagio Saracinisco provincia di Terra di Lavoro. Solo nel 1927 diventerà provincia di Frosinone.
Il periodo di transizione, la distanza da grossi centri antropizzati, la povertà degli abitanti erano tutti elementi che crearono non pochi problemi al nuovo comune: la spedizione dei Mille e il successivo Regno d’Italia segnarono il nuovo attuale corso storico per il nostro comune.
La fine del secolo fece registrare lo sviluppo della pastorizia, dell’agricoltura e delle attività boschive. Il numero degli abitanti però superò il limite di sostentamento e quindi la gente fu costretta ad abbandonare la propria terra: iniziarono le prime emigrazioni verso gli Stati Uniti, la Svezia e la Germania. Altri, più intraprendenti, si addentrarono persino nella fredda Russia degli zar.
La guerra del 1915-18 vide la gioventù sanbiagese richiamata alle armi ed un grande tributo di sangue risulterà alla fine versato.
La Seconda Guerra Mondiale con i suoi orrori provocò distruzione, esodo forzato e morte. Il nostro paese, a causa della vicinanza con Cassino, rientrò in quella linea difensiva tracciata dal Feld Maresciallo Kesserling chiamata “linea Gustav”. La furia dei bombardamenti, rese impossibile la permanenza dei civili in paese e nelle grotte per cui il giorno dell’Immacolata fu deciso l’esodo forzato verso il centro di raccolta di Ferentino. A molti giovani ivi giunti con le famiglie, fu fatto obbligo di arruolarsi nei cosiddetti battaglioni TODT (squadre di lavoro obbligate ma remunerate) per lavorare al fronte nella costruzione di trincee e nella riparazione di opere distrutte dai bombardamenti. Alcuni di questi, impiegati a Cassino, pieni di pidocchi ed affamati, riuscirono una notte a passare le linee tedesche e a ricongiungersi con i parenti a Cremona.
Il 12 gennaio 1944 alle ore 5:30 l’8° Reggimento marocchino ed il 7° algerino, entrambi inquadrati nell’esercito francese, portarono l’attacco a Costa San Pietro, a Monna Casale ed Acquafondata con l’obiettivo di penetrare a Sant’Elia Fiumerapifo.
Il Monte Santa Croce rimase in mano ai tedeschi fino a maggio nonostante i due terribili attacchi sferrati il 27 maggio 1944 alle ore 21:00 dalle forze del nuovo regio esercito rappresentato dalla 41ª Compagnia Paracadutisti del 184° Reggimento Nembo liberando San Biagio, completamente distrutto ed ormai presidiato da pochi soldati tedeschi.
Il bilancio complessivo della battaglia risultò piuttosto pesante. I morti furono più di 5.000 di cui 500 tedeschi ed un sanbiagese, saltato in aria per lo scoppio di una mina Schou. Ai primi di giugno, passato il fronte, dopo essere stato raso al suolo, San Biagio comincia a ripopolarsi come in un day after: la vita ricomincia.
Tuttavia mancavano all’appello gli sfollati al nord che torneranno in paese solo dopo il 25 aprile 1945.
Il dopoguerra iniziò con la profonda devastazione del territorio con gallerie, invasi per energia elettrica, scomparsa della caratteristica cascata del Monte e smembramento della popolazione costretta ad una massiccia emigrazione verso Francia, Belgio, Germania e località dell’Italia settentrionale.


Il Santo


A partire dal giorno della Pentecoste del 33 d.C., gli Apostoli, ricevuto lo Spirito Santo, cominciarono la predicazione del Vangelo per le strade di Gerusalemme. Da qui ha inizio la storia della Chiesa fatta dagli stessi Apostoli, dai Padri della Chiesa, dai Papi, dai Santi e dal popolo dei fedeli.
Una strada, quella della Chiesa, tutta in salita, sia per i grandi risultati ottenuti, sia per le difficoltà incontrate durante il cammino, prima fra tutte, le persecuzioni. Era il 36 d.C., quando nella stessa Gerusalemme veniva ucciso per mezzo della lapidazione il primo Martire: Santo Stefano. Da quel giorno in poi, tanti Martiri conosciuti (alcuni degli stessi apostoli, alcuni Vescovi della Chiesa) e non conosciuti (tanti fedeli del Cristo) sono stati fatti dono alla Chiesa di Dio in suo nome.
Le dure repressioni dei primi imperatori Romani, terrorizzati dalla concorrenza del vero Dio in terra, impauriti per la perdita del potere sacrale, colpirono ripetutamente e sempre più dolorosamente la Chiesa che nasceva. Ma più questi colpivano più la repressione era forte, più i fedeli morivano nel nome di Cristo più la Chiesa, di nascosto o in bella vista, cresceva. Entra a far parte di questa storia di fede Biagio, Vescovo di Sebaste, martirizzato tra il 314 e il 315 d.C.
Sono i primi anni della Chiesa libera ma non troppo libera. Gli imperatori Massimino e Diocleziano prima e, Licinio poi, misero in atto una delle più dure repressioni contro i cristiani. Sotto quest’ultimo, Imperatore d’Oriente, che divideva il trono con Costentino (il liberatore della Chiesa di Cristo) Imperatore d’Occidente, per il Santo protettore della gola, per mano dei soldati romani comandati dal governatore dell’Armenia tale Agricolao.
Biagio Vescovo, nacque intorno alla metà del 200 d.C., a Sebaste, odierna megalopoli in Armenia Minore, da famiglia di condizione sociale, si limitò a studiare tra agi e sollazzi. Passata l’adolescenza sui libri di medicina, cominciò subito ad esercitare la professione medica.
Di indole affabile e caritatevole, il futuro Santo esercitò la professione con estrema umiltà: distribuiva denari e medicinali, confortava i malati ed i moribondi.
Intorno alla fine del III sec. d.C., Biagio si convertì al Cristianesimo. Quando poi l’allora Vescovo di Sebaste cadde vittima delle repressioni contro i Cristiani ordite dall’Imperatore Massimino, il medico Biagio, a furor di popolo, venne eletto Vescovo della città.
Dedito alla cura delle anime, come dei corpi prima, per il nuovo Vescovo si cominciò a parlare immediatamente di miracoli: tra questi, il più noto fu la guarigione di un fanciullo ridotto in fin di vita da una spina di pesce infilzatasi in gola. La madre del fanciullo implorò l’aiuto del Vescovo, il quale, resosi conto della gravità della situazione, segnò il piccolo con il segno della croce ed imponendo su di lui le sue mani, cominciò a pregare: “Signore Gesù Cristo che accogli sempre le suppliche di chi con fede ti invoca nelle necessità di questa miserabile vita, ascolta oggi la mia preghiera. Non essendovi mano rimedio per questo fanciullo, mandaglielo Tu dal cielo, sanalo con la Tua virtù invisibile”. Ciò detto, il piccolo guarì e la fama del Santo Biagio Vescovo di Sebaste, si estese oltre i confini dell’Armenia.
Intanto tutto il mondo cristiano veniva colpito dalle dure repressioni dell’Imperatore Diocleziano che non smetteva di perseguitare i seguaci della nuova religione. Il caro Vescovo di Sebaste, per nulla intimorito, continuò ad occuparsi dei fedeli giungendo perfino alla corruzione delle guardie per visitarli nelle carceri.
Un breve attimo di respiro si ebbe con l’avvento sul trono imperiale di Costantino che divideva lo scettro con il cognato Licinio. Nel 313 d.C. viene promulgato l’editto di Milano che concedeva la libertà religiosa in tutto l’Impero. Ma già a partire dall’anno successivo, Licinio riprese la lotta contro i Cristiani.
Riprese le repressioni a danno dei Cristiani, il Vescovo di Sebaste fu costretto a rifugiarsi in una grotta del monte Argeo. In questo breve periodo della sua vita Biagio visse, suo malgrado, da eremita, condividendo la grotta con belve feroci e sostenuto dal cibo che gli portava tutti i giorni un corvo. Intanto il governatore dell’Armenia, tale Agricolao, in preparazione dei giochi (ovvero lotte tra uomini e bestie) indetti in tutto l’Impero d’Oriente per festeggiare il quinto anno da Imperatore di Licinio, oltre alla razia di cristiani, si adoperò alla ricerca di animali feroci.
Quando i soldati arrivarono nei pressi della grotta, trovarono il Vescovo e lo riportarono incatenato verso la città. Durante il tragitto avvenne un altro miracolo attribuito al Santo: una povera donna gli si avvicinò lamentando la perdita del suo maialino predato da un lupo; il Vescovo la rassicurò: “… il porco ti sarà restituito …”.
Quando Biagio ebbe finito di pronunciare queste parole, il lupo affranto riportò il maialino ai piedi della donna.
Giunto a Sebaste il Vescovo venne rinchiuso in carcere, dove ricevette solamente la visita della povera donna del maialino alla quale confidò la sua imminente fine terrena. Il giorno seguente il Santo venne portato dinanzi al governatore, il quale pensava solo a riconvertire il Vescovo al politeismo. Ma Biagio, per nulla indebolito rispose a tono: “Non sono Dei, caro governatore, gli idoli che tu adori ma legno, pietra, bronzo, rame, argento, oro…[I Cristiani] conoscono il vero Dio purissimo, sapientissimo, infinito, immortale e per amarlo sfidano tutti i tormenti…”.
A seguito di queste parole il Vescovo fu appeso ad una trave ed il suo corpo torturato con pettini di ferro. Terminata la tortura, il Vescovo venne ricondotto in carcere. Il governatore tentò nuovamente di convertirlo ma Biagio si rifiutò e allora fu gettato nel lago Vlan ma appena si accostò ad esso le acque si aprirono come a Mosè sul Mar Rosso. Il Vescovo camminando sulle acque tornò a riva dove il governatore lo condannò alla decapitazione che avvenne il 3 febbraio del 314 o 315 d.C.
Il principale culto di San Biagio è legato alla protezione della gola in ricordo del miracolo della spina di pesce infilzata nella gola del fanciullo. Ma sono diffusi culti diversi sempre legati alla vita o ai miracoli del Santo. Così Biagio viene invocato come protettore degli animali, probabilmente per il miracolo del maialino ed anche per la convivenza con le bestie feroci nella grotta del Monte Ageo.
Con il ritrovamento della manna tra le reliquie del Santo a Maratea, è nato il culto del pane, dolce o salato, sottoforma anche di ciambelle.
Il Vescovo di Sebaste viene chiamato anche a protezione degli agricoltori e dell’agricoltura stessa dalla semina alla raccolta.
Non per ultimo il Martire è annoverato tra i Santi Ausiliari (santi invocati contro le più grandi sciagure, i più gravi disastri e le più grandi epidemie), come protettore della difterite, dalle malattie della gola e dalle balbuzie.
I riti in ricordo, in onore ed a richiesta di protezione del Santo sono molteplici: benedizione della gola con olio e candele; intonazione di inni; processioni di varia composizione; bacio delle reliquie, ove si trovino; benedizione del grano o del pane o delle ciambelle o dei taralli e loro distribuzione; fiera del bestiame, come quella agricola di Bovalone in Lombarda; somministrazione dell’acqua di San Biagio al bestiame; ballate di San Biagio per ammansire lo stesso; e ancora, dove il laccio per la tenuta delle bestie, prima di essere utilizzato, viene passato intorno alla statua del Santo.
Molto particolare è la festa delle stuzzie a Fiuggi. Qui nel 1298 il Santo con un suo intervento soprannaturale protesse la città dall’invasione dei Catari, innalzando fiamme dinanzi agli invasori. Così ogni notte del 2 febbraio a Fiuggi ed in altre città e paesi europei, viene fatto un grande falò di fascine.

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