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 * Monte Santa Croce e la necropoli di Ominimorti


A partire dal 1946, in seguito alla bonifica del territorio sanbiagese dagli ordigni bellici e a causa del rimboschimento dei versanti, emersero sul Monte Santa Croce e sui rilievi circostanti frammenti ceramici e materiali bronzei provenienti da contesti funerari sconvolti e risalenti al VI-IV sec. a.C. Il potenziale archeologico dell’area è così noto dalla metà del Novecento, ma non c’è dubbio che la consapevolezza dell’esistenza di una necropoli risulta radicata localmente almeno dal Settecento. Nelle carte storiche, redatte tra la fine del XVIII sec. e gli inizi del secolo successivo, le due alture subito e Ovest del monte e del vallone di Santa Croce sono indicate con il toponimo Omo Morto, sostituito oggi per consuetudine dal toponimo Ominimorti. Dal 1997 l’attenzione sul sito è aumentata: la redazione di una carta archeologica del territorio e la conduzione di indagini sistematiche di scavo nella zona, in adesione al programma di monitoraggio, ricerca e tutela promosso dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, ne hanno evidenziato l’importanza in ordine alla definizione del problema storico sulla formazione della civiltà lirena e sui confini della presenza volsca e sannitica nel Lazio preromano dall’VIII al III sec. a.C.
Nella località Ominimorti, dunque, le attività di recupero e i sondaggi archeologici hanno messo in luce nel 1999 due aree di sepolcreto, presso la Costa della Fontana e a monte della Costa Sciarichetta. Su quest’ultimo colle in particolare l’indagine ha riguardato un settore di circa 120 m²,nel quale sono state documentate 20 tombe: nella zona restano visibili tra i pini neri e i radi arbusti del sottobosco sia i limiti del saggio archeologico, che i tagli per le inumazioni, tutte in fossa terragna, ricavate esclusivamente nei calcari sabbiosi ad un metro circa di profondità. Gli scheletri sono stati rinvenuti in posizione supina con le braccia stese lungo i fianchi e le gambe parallele o con gli avambracci ripiegati sul bacino e i piedi incrociati; dovevano verosimilmente essere avvolti da un sudario, deposti in qualche caso su barrelle o entro casse lignee. I relativi corredi funerari, composti da un minimo di due a un massimo di otto pezzi, distintivi del sesso del defunto, si trovavano nella fossa accanto alla testa e ai piedi oppure in ripostigli interni o contigui. Nelle terre di riempimento inoltre sono stati documentati vasi frantumati, collegati alle offerte e alle libazioni funerarie rituali. Le tombe erano in ultimo coperte con grosse pietre.
Il periodo d’uso di questa necropoli sembra compreso tra la fine del VII sec. a.C. e il V sec. a.C. ed è in connessione con l’insediamento scoperto sul massiccio del Monte Santa Croce. La parte apicale del rilievo, è infatti circuita da un recinto approssimativamente circolare realizzato in opera poligonale di I maniera, che si estende per oltre 2 Km, abbracciando un’area di circa 1000 m². I blocchi impiegati nella cinta sono in gran parte visibili in crollo; solo sul lato settentrionale le mura si conservano in alzato per un’altezza di circa 1.50 m e per un tratto di 200 m: le pietre, di calcare locale, non sagomate, presentano dimensioni variabili e sono rozzamente sovrapposte senza nessuna attenzione alle reciproche connessioni. L’accesso all’arx, l’unico finora documentato, si trovava a Nord-Ovest, in corrispondenza del sentiero che sale dalla sella di Santa Croce, lasciando a Ovest la necropoli di Ominimorti; doveva trattarsi in realtà di un monumentale ingresso a “corridoio obliquo”. All’interno dello spazio così fortificato i lavori di pulitura hanno rivelato le fondamenta in blocchi grossolanamente squadrati di due ambienti pertinenti ad un edificio quadrangolare e una cisterna circolare scavata direttamente nel banco calcareo e rivestita con blocchetti lavorati.
ulteriori pietre irregolarmente tagliate, mescolate in accumuli secondari con pezzi squadrati, si trovano all’estremità Est dell’area, dove segnalazioni da fonti locali riferiscono del rinvenimento di possibili lacerti di pavimentazione musiva.
Il complesso insediativo del Monte Santa Croce comprende, inoltre, altri nuclei sparsi alle pendici dell’altura, ma ad essa collegati: a Sud-Ovest si riconoscono infatti centinaia di terrazzamenti in opera pseudo-poligonale, forse interpretabili come linee difensive sussidiarie attestate sulle naturali curve di livello del terreno, poi modernamente riadattate per attività agricole con ricostruzioni in pietrame a secco. È tuttavia possibile che tali opere di sostruzioni siano state funzionali a sistemazioni abitative, come suggerirebbe il rivestimento di una struttura rettangolare di 9x5 m, parzialmente distrutta dallo scoppio di una bomba. Tutta questa porzione più ampia del sito è racchiusa da una seconda cintura muraria, costruita con la medesima tecnica delle mura sommitali: su di essa si attestano due probabili torrette a pianta quadrata, riconosciute negli avanzi ubicati a Nord-Est sul lato prospiciente la dolina di Valle Ciorla e a Sud-Ovest sul pianoro carsico che domina il colle di Valle Pezza. Per altro proprio su quest’ultima collina sono emersi i resti di un altro edificio in blocchi di calcare sbozzati, posti in opera a secco, con copertura a tegoloni, e un ulteriore nucleo sepolcrale. Questa terza necropoli ha finora restituito i resti di quattro inumazioni, di cui una a cappuccina, databili al IV-III sec. a.C. e quindi ad una fase posteriore rispetto al sepolcreto di Ominimorti.
In considerazione dei dati acquisiti l’insediamento di Monte Santa Croce sembra configurarsi come punto focale e difeso di un sistema aperto in uno spazio strutturato gerarchicamente: nel punto più alto e panoramico, in grado di fungere da centro di controllo del territorio, di pianificazione del lavoro e irradiazione del potere, si trovava così la residenza del “capo”; in basso tra le pendici e le valli si estendevano gli orti e gli ambienti abitativi e artigianali; attorno all’altura erano distribuite infine le aree della necropoli. Ad una osservazione micro regionale per altro questa stessa impostazione gerarchica sembra ripetersi tra il centro di Monte Santa Croce e i siti minori attestati nel raggio di 5 Km dal monte, quali nuclei satelliti ad esso afferenti. Ed è possibile che a sua volta l’oppidum dipendesse dal centro di Atina, con il ruolo specifico di presidiare il passaggio interno tra la Valle di Comino e il Molise e i tracciati volti in direzione di Cassino.
Allo stato attuale degli studi, il problema archeologico e storico fondamentale è stabilire a quale gruppo etnico debba ascriversi la genesi di questo assetto territoriale; l’analisi dei materiali e delle emergenze ha in effetti condotto a esiti diversi, che da un lato attribuiscono al sito di Monte Santa Croce una facies proto-sannitica e poi sannitica fin dall’orientalizzante tardo e recente, dall’altro ne collegano le evidenze alla koiné culturale che va delineandosi a partire dall’VIII-VII sec. a.C. nel distretto regionale del fiume Liri e nei comprensori limitrofi, ora connessa alla questione sulla formazione originaria della nazione volsca in queste stesse sedi. Sulla base di questa seconda ipotesi l’area archeologica ubicata nel territorio di San Biagio Saracinisco si identificherebbe con un centro in agro Samnitium qui fuerat Volscorum. Ad ogni modo dal IV sec. a.C. Monte Santa Croce è certamente sannita ed è da alcuni autori identificato con il centro di Duronia, menzionato da Livio a proposito delle operazioni militari preliminari alla battaglia di Aquilonia, che nel 293 a.C. segnò la vittoria romana sulla compagine sannitica.
Oggi gran parte dei reperti archeologici relativi al sito sono esposti nel Museo Civico Archeologico del Comune di Atina, ivi confluiti a seguito della donazione Iaconelli e dopo le indagini sistematiche.
Dai corredi più antichi di Ominimorti si segnalano per importanza e per la gamma di varianti le 15 anforette tipo “Alfedena”, caratterizzate da anse gemine e da baccellature sul corpo; la tomba n. 38, in particolare, ha restituito tre esemplari: uno di dimensioni già altrove comunemente riscontrate, alto circa 30 cm, un altro più grande, alto approssimativamente 45 cm e mai attestato prima, l’ultimo più alto di 55 cm e confrontabile con modelli analoghi rinvenuti nei contesti orientalizzati di Frosinone e Boville Ernica. La funzione di questi vasi doveva essere prevalentemente rituale:ne è stata documentata la deposizione infatti solo in aree sepolcrali e santuariali. Nel repertorio funerario ascrivibile alla stessa fase, unitamente ai corredi di VI e V sec. a.C., si trovano inoltre teglie monoansate e biansate, olle globulari e boccali, oinochoai a becco sinuoso, un olpe e, tra le produzioni campane a bucchero pesante importate, oinochoai a bocca trilobata, kantaroi, un’anforetta e una ciotola carenata. Dalla deposizione femminile della tomba n. 22 provengono anche una fibula, una fuseruola e una collana in ambra, mentre dalle inumazioni maschili sono state recuperate punte di giavellotto e cuspidi di lancia in ferro.
nella tomba n. 15 era custodito poi un aes rude in bronzo, del peso di 250 gr., impiegato in funzione premonetale come “obolo di Caronte”. Risalgono, infine, allo stesso orizzonte cronologico un disco corazza e un pendente a forma di cavallino in bronzo, entrambi conosciuti grazie a rinvenimenti desultori.
Dalle sepolture più recenti di Costa della Fontana e di Valle Pezza, riconducibili con sicurezza alla fase sannitica di Monte Santa Croce, derivano invece coppette e ciotole a vernice nera, a cui si aggiungono corredi metallici particolarmente ricchi. Oltre alle armi, compaiono in effetti quattro pennacchi in lamina bronzea, che dovevano ornare un elmo come decorazione fitomorfa o ad imitazione delle penne di rapace, due cinturoni costituiti da una larga lamina rettangolare, sempre in bronzo, con una serie di piccoli fori per il fissaggio all’imbottitura in cuoio, un anello a castone in argento recante l’immagine di Ercole e diverse fibule, di cui una argentea con arco sagomato e decorato a filigrana e granulazione. Questi oggetti, assieme alle scorie metalliche rintracciate nell’area insediativa sul monte, inducono a considerare l’esistenza di un locale artigianato metallurgico, che si è avvalso dei giacimenti di minerali ferrosi localizzati sui Monti della Meta e delle Mainarde, cime che marcano inconfondibilmente dunque non solo il paesaggio naturale, ma anche il palinsesto storico del territorio sanbiagese.

 

 

*   Mostra Archeologica Permanente "La Comunità Safina di San Biagio Saracinisco"
   Presso i locali adiacenti la sede comunale
   Via D. Diamante Iaconelli n. 18/A.

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